IL TRIBUNO. STORIA POLITICA DI ANTONIO DI PIETRO – intervista di Michele Capaccioli all’autore Alberico Giostra

29 agosto 2009

dipietro15_bn

Sono venuto a conoscenza di questo libro (al quale questa intervista si riferisce) tramite un giornalista de La Voce delle Voci. Non conosco né l’autore del libro, né quello dell’intervista. Non sono in grado, perciò, di emettere un qualsiasi giudizio sull’affidabilità o meno di Alberico Giostra. Posso, invece, commentare il testo dell’intervista: e lo faccio ricordando il 20 aprile del 2006, quando, recatomi a Roma alla riunione indetta dall’Italia dei Valori (cioè Antonio Di Pietro) per eletti, coordinatori mazionali e provinciali e responsabili dei dipartimenti tematici nazionali (io lo ero per i sindacati), ebbi l’occasione di incontrare per la prima volta l’appena eletto Leoluca Orlando. L’impressione fu di avere di fronte un classico narcisista della politica, un vero e proprio pavone – continuamente seguito da tergo da una sorta di segretario personale bloccato in una postura di assoluta deferenza – che non trovò niente di meglio da fare che approfittare della presenza di un deputato italiano emigrato in Svizzera (Antonio Razzi) per far sfoggio di un tedesco – incerto, e dall’accento terrificante – conseguenza del fatto di aver vissuto e studiato un paio d’anni ad Heidelberg, in Germania.

Michele Capaccioli: Dott. Giostra, secondo Lei, quante sfaccettature di Antonio di Pietro possiamo conoscere?

Alberico Giostra: Io ne ho messe a fuoco quattro: il politico, il leader di partito, l’alleato e il ministro. Trasformista il primo, carismatico e autoritario il secondo, inaffidabile e sleale il terzo, deludente, contraddittorio, elusivo il quarto. Ne mancherebbe un quinto, il Di Pietro uomo, al quale non ho voluto dedicare se non un’attenzione marginale, perchè ho avuto la netta sensazione di aver bisogno di nozioni psico-analitiche di cui non dispongo. Mi ha soccorso ultimamente un libretto di Simona Argentieri, “L’Ambiguita’”, Einaudi, 2008. L’Argentieri conclude che ambiguità e malafede sono tratti dominanti della nostra epoca e sono al tempo stesso una nevrosi e dei “piccoli crimini”. Di questi piccoli crimini Di Pietro ne ha commessi molti. Ma naturalmente chi commette questo genere di crimini, che non hanno niente a che fare con il codice penale e che la Argentieri definisce, “elusioni di verità interpersonali”, non rischia l’unica cosa che interessa Di Pietro: la galera. Il suo totem, il suo mantra quotidiano, la clavis universalis del dipietrismo.

MC: Di Pietro è un uomo di destra o di sinistra e, soprattutto, nella sua vita ha perso i consensi o li ha davvero aumentati?

AG: Rispetto al consenso oceanico di cui godeva nel 1993-94 di consensi ne ha persi e parecchi. Basti pensare che in quegli anni il 75% degli italiani avrebbe visto bene Di Pietro premier e lui stesso sperava segretamente di andare a Palazzo Chigi. E’ un vero peccato che Scalfaro non lo abbia incaricato. La profezia di Montanelli su Berlusconi, “solo facendolo governare ce ne potremo liberare”, si è rivelata sbagliata nel caso di Berlusconi ma credo che avrebbe funzionato con Di Pietro, privo dei media di cui dispone il cavaliere. La perdita dei consensi di Di Pietro dipende da vari fattori, non ultimi i procedimenti giudiziari di Brescia, che, anche se, penalmente archiviati, hanno comunque rivelato un volto di un Di Pietro non particolarmente virtuoso. Oltre, naturalmente alla campagna di stampa orchestrata dai giornali della destra, che, dopo averlo osannato ai tempi di Mani Pulite, hanno preso a bistrattarlo appena passato con il centrosinistra. Il problema di fondo tuttavia resta la perdita di consensi della sinistra, non di Di Pietro. Che fine ha fatto quel 35% circa di elettori che votavano per i partiti che andavano dal Pci a Dp? La verità è che ancora ci muoviamo nell’onda lunga della rimonta delle destre partita all’inizio degli anni 80 con la rivoluzione conservatrice reaganian-thatcheriana, che negli Usa si è consumata con l’ultima presidenza Bush e la crisi economica, e che invece in Italia dura ancora grazie a Berlusconi. A questa onda io sono certo appartiene anche Di Pietro i cui voti crescono solo quando crescono quelli delle destre e diminuiscono quando aumentano quelli delle sinistre. Per quanto riguarda l’indubbio successo delle europee, occorre sottolineare che ci troviamo di fronte ad un voto di opinione espresso soprattutto perchè non era in ballo la formazione di un governo, tanto è vero che alle amministrative i consensi per Di Pietro, su scala nazionale, sono scesi al 5,3%. A Campobasso dove partiva dal 33% delle politiche, alle ultime comunali l’IdV ha preso il 18%, un vero e proprio tracollo. A Foggia, ad esempio, l’IdV ha preso il 18% alle Europee e il 3,9% alle comunali, dove ha corso con un suo candidato sindaco, il solito ex democristiano di turno, e dove al ballottaggio non ha dato indicazioni di voto nè per il centrosinistra, nè per il centrodestra. L’aspetto più rilevante tuttavia, resta il sostanziale insuccesso personale di Di Pietro alle europee, dove è stato superato in quattro circoscrizioni su cinque da De Magistris e a Foggia, ad esempio, ha preso meno voti di una giovane candidata locale, Marianna Anastasia, che all’indomani del voto, un pò come Vulpio, ha già gravi problemi con la nomenklatura dipietrista del posto. Un’altra singolare coincidenza con Berlusconi, anche lui vittorioso politicamente ma sconfitto sul piano personale.

MC: Nel Suo libro parla dei “Tonino Boys”. Se si dovesse fare una “top three”, quali sono, a Suo avviso, i tre esponenti dell’Italia dei (Dis)Valori che non hanno sicuramente le qualità “richieste” dalla trasparenza, dalla legalità e dall’onestà nei confronti degli elettori?

AG: Non mi sento di stilare questa graduatoria. Tra i Tonino boys c’è un nocciolo duro di fedelissimi che non abbandonerà mai Di Pietro e che ne sopporta con infinita pazienza il caratteraccio. Molti altri, la stragrande maggioranza, sono dipietristi o per caso o per necessità, dove c’è chi lo odia, chi lo sopporta a stento, chi cerca di tramargli contro (e poi al dunque se la fa sotto) e chi nemmeno lo saluta. A tenere in piedi la squadra è una sola cosa: il timore di non essere ricandidati.

MC: Quindi, sono da tenere in stretta considerazione affermazioni come quella di Cirio Borriello (“I valori di Di Pietro? Sono solo nel nome del partito. Politicamente non è credibile”) e eventi come la candidatura nelle file dell’idv di un parcheggiatore abusivo e, infine, la nomina di un altro esponente grazie a delle intercessioni di altri personaggi che coi valori hanno poco a che fare?

AG: Beh, francamente non prenderei affatto in considerazione quanto dichiarato da Borriello. L’ho citato nel libro solo per dimostrare a che punto si è ridotta la credibilità della politica in Campania, terra dove prevalgono umori e pulsioni viscerali senza alcun progetto o disegno e dove i partiti sono in mano a individui che si muovono in modo anarchico e con un solo ideale, la cura del proprio “particulare”. Borriello in pochi mesi è passato dagli insulti all’adesione all’IdV e Formisano lo ha accettato solo perchè era titolare di un congruo pacchetto di voti. A questo è ridotta l’IdV in Campania e Di Pietro ne è sempre stato al corrente. E’ ovvio che in questo contesto anche gli ex parcheggiatori abusivi fanno comodo. Nel 2008 in Campania l’IdV ha stretto un’intesa con la Dc di Giuseppe Pizza. Non lo sapeva Di Pietro?

MC: Mentre Massimo Donadi, che Lei definisce avente “l’aplomb di un maggiordomo anglosassone”, si può “salvare”, a Suo avviso?

AG: Io non posso salvare o condannare nessuno, anche se nel libro ho usato in un caso, quello di Evangelisti, questa locuzione. Donadi è un moderato che si segnala per una particolare “presentabilità” mediatica ma come tutti è un fedele esecutore delle indicazioni di Di Pietro. Diversamente non potrebbe essere, sia perchè è capogruppo del partito alla Camera, sia perchè caratterialmente lui è fatto così, è un Don Abbondio, che, come si sa, il coraggio che non aveva non se lo poteva dare. Non credo che sia lecito aspettarsi da uno come lui l’esercizio di quella indispensabile funzione dialettica nei confronti del capo per stimolare la crescita della democrazia interna e la trasparenza del partito, che non significa certo pubblicare sul sito i numeri di telefono dei coordinatori provinciali. Nell’IdV vengono sistematicamente premiati gli yes men, viene favorita la piaggeria e gli scodinzolanti e chi si permette di contraddire Di Pietro o la Mura viene duramente punito. Nell’IdV non c’è spazio per i dissidenti, non esiste una vera democrazia interna. In questo senso la vera delusione non è Donadi ma Leoluca Orlando. L’ex sindaco di Palermo conferma la massima: incendiari da giovani, pompieri da vecchi.

MC: A difesa Di Pietro potrebbe avere le seguenti posizioni: a) “Non lo sapevo”; b) saperlo dai giornali o dai libri e dire “Bene ha fatto il Corriere a scoperchiare il caso. Ci avete messi sull’avviso… Non ci metteremo una pietra sopra”. Le chiedo, non è compito di un partito andare a scoprire certe cose prima dei giornali?

AG: Se ci riferiamo a certe candidature, a certi personaggi quantomeno opachi, a certe alleanze oblique, Di Pietro ha sempre saputo tutto e ha approvato. Lei pensa che Di Pietro non sapesse di De Gregorio? O di Marrazzo? La favola del Di Pietro ingannato dai suoi colonnelli maneggioni è ad uso e consumo degli imbecilli che vogliono crederci. Perchè a Venafro, ad esempio, la quarta città del Molise, ad un tiro di schioppo da Gomorra, l’IdV governa ancora con il centrodestra? Di Pietro sapeva benissimo, ne ho parlato io stesso con lui. Quando gli ho fatto notare questa contraddizione, mi ha incredibilmente risposto: “noi facciamo quello che fa il Pd”: era il marzo del 2008 e il Pd aveva già sconfessato quell’intesa e la cosa buffa è che lo stesso IdV molisano si era già pronunciato per una discontinuità, ovvero niente intese con chi governa già e a Venafro governava proprio il centrodestra. Oggi il Pd a Venafro non esiste più, spazzato via da questa unione contronatura. Mi auguro che presto venga spazzato via anche l’IdV.

MC: Alla luce di questi fatti perché persone che vengono quasi definite “San Giorgio della Purificazione”, come Marco Travaglio e Luigi de Magistris non “denunciano” apertamente e fino in fondo quello che accade all’interno dell’Italia dei (Dis)Valori? E, inoltre, è una “bufala” aver candidato alle Europee delle persone “indipendenti”?

AG: Per quanto riguarda Travaglio e De Magistris dovrebbe chiedere a loro, ma io credo che una funzione positiva Marco e l’ex pm la stiano comunque svolgendo. Sono troppo lucidi e attenti per non accorgersi che cosa è l’IdV. Per quanto riguarda le europee non si tratta di una bufala perchè effettivamente gli indipendenti sono stati candidati. Faccio tuttavia notare che ciò è avvenuto in occasione di elezioni la cui posta in gioco era decisamente minore rispetto alle politiche. In secondo luogo ricordo che Di Pietro ha già sperimentato in occasione delle europee del 2004 una nuova collocazione del suo partito, alleandosi con Occhetto e anche in quel caso aprendo a sinistra. Osservo inoltre che le candidature riservate agli indipendenti vengono utilizzate da Di Pietro anche come uno strumento psicologico volto ad umiliare i militanti del partito ai quali Di Pietro manda a dire in questo modo che comunque loro non contano nulla, che sono esposti e sottoposti alle decisioni del capo e che in definitiva la fila fuori della porta è lunga. Perciò – questo il senso del messaggio – poche chiacchiere e pedalare. Sono convinto che la personalità di Di Pietro abbia dei sottili risvolti sadici e il modo in cui amministra l’IdV è quello tipico di un “padroncino”. Ciononostante quelle candidature, la Alfano o Vulpio, ad esempio, hanno provocato parecchi maldipancia nelle viscere sudiste del partito e i voti che hanno preso non sono dovuti alle indicazioni dei baroni locali. L’ultima cosa che vorrei osservare è la composizione finale della squadra dell’IdV andata a Strasburgo: tre deputati sono ascrivibili alla società civile, Alfano, De Magistris e Vattimo. Altri tre alla nomenklatura: Iovine, Rinaldi e Uggias. I primi tre di sinistra, i secondi di centro. In mezzo sta Arlacchi, un pò società civile, un pò nomenklatura, di certo più di sinistra che di centro. Una sapiente alchimia che conferma l’abilità di Di Pietro e la natura composita ed eterogenea dell’IdV. Se Vulpio e l’ambientalista Andrea Zanoni sono rimasti fuori non è un caso. Avrebbero sbilanciato troppo a sinistra gli equilibri. Una cosa a Tonino non è riuscita, l’equilibro tra Nord e Sud: cinque deputati meridionali su sette sono stati giudicati troppi dagli elettori del Nord est, esclusi dalla rappresentanza. Nonostante lo sforzo nemmeno stavolta a Tonino il delitto è riuscito perfetto.

MC: Le persone che hanno almeno manifestato per e con l’Italia dei (Dis)Valori o che si sono candidate, i secondi come il giornalista Carlo Vulpio, il sindacalista Zipponi, Vattimo ecc e i primi come Salvatore Borsellino, non avranno fatto prima delle “indagini” sulla storia di questo partito dato che sono in gioco aspetti come la giustizia e la trasparenza che potrebbero essere benissimo usati esclusivamente per fini elettorali?

AG: Temo che non le abbiano fatte ma Vulpio, ad esempio, era perfettamente a conoscenza dei problemi dell’IdV al Sud. Il problema è che si illudeva di poterli risolvere. Una pia illusione. Nessuno cambierà la natura di Di Pietro e chi si associa con lui prima o poi si accorgerà di essersi cacciato in una trappola mortale. Da Di Pietro si può solo fuggire a gambe levate.

MC: Perché la stampa non parla di questi conflitti d’interesse insiti nell’Italia dei (Dis)Valori?

AG: Io non credo che esistano dei conflitti d’interessi nell’IdV. Esistono dei conflitti di ogni tipo ma non di interessi. L’IdV è un partito che appartiene a Di Pietro e senza Di Pietro non avrebbe senso. Rispecchia il suo trasformismo, il suo opportunismo, la sua vera natura, che è spontaneamente, naturalmente, “amorale”, esattamente il contrario di ciò che intende apparire. Come altro si può definire un politico che prima attacca i ministri che vogliono candidarsi alle europee sapendo che non potranno mai fare i deputati europei e poi si candida anche lui, che, come quelli che ha appena condannato, sa benissimo che non andrà mai a Strasburgo? Come si deve giudicare chi raccoglie le firme per fare un referendum e poi, accortosi che voterebbe come i suoi nemici politici (Berlusconi e Franceschini) cambia idea e vota contro quel referendum che ha contribuito ad indire? Cosa debbo pensare di un politico che stringe un’intesa prima delle elezioni con un partito alleato e poi, una volta ottenuti dei risultati favorevoli, straccia quell’intesa inventandosi delle scuse del tutto fasulle per attribuire agli alleati la colpa della rottura dell’intesa? Questo Di Pietro ha fatto, e questo è a mio avviso il prototipo del politico “amorale”.

MC: A tutto questo si può dire che di Pietro abbia accettato la teoria “malata” secondo la quale per raggiungere i nostri obiettivi occorre fare patti col Diavolo, ovvero con la Casta?

AG: Di Pietro i patti con il diavolo ha deciso di farli a partire dal 2000, quando ha trasformato l’IdV da partito con uno statuto plurale ad un partito personale e familiare. E’ lì che ha preso forma la degenerazione del suo fare politica, quella è la madre di tutti i difetti, perchè è la rivelazione della natura proprietaria e autoritaria, perfettamente berlusconiana, del politico Di Pietro. Questa trasformazione avvenne grazie ad una serie di manovre assai torbide, basti pensare che Di Pietro nascose l’approvazione del nuovo statuto ad Elio Veltri, ovvero il numero due del partito, ed era lo snodo cruciale per poter costruire un partito fondato sulla cieca obbedienza, sulla cooptazione e non selezione della classe dirigente e sulla gestione priva di controlli interni dei finanziamenti pubblici. Con il nuovo statuto infatti, a redigere e approvare i bilanci del partito sarebbero stati solo Di Pietro e una sua amica, Silvana Mura, una donna digiuna di politica e non laureata e disposta ad una cieca obbedienza. Da quel momento si sarebbe creato quel meccanismo sostitutivo tra associazione a tre e partito vero e proprio sulla cui legittimità, in relazione alla percezione dei rimborsi elettorali, tutti hanno elegantemente sorvolato. E’ accaduto in sostanza che a presentare i bilanci dell’Italia dei valori alla camera dei deputati, passaggio indispensabile per poter percepire i rimborsi elettorali, sia stato un soggetto diverso dal partito, ovvero l’associazione privata Italia dei valori, composta da Di Pietro, sua moglie e la Mura. Che si tratti di due soggetti distinti, cosa sempre negata da Di Pietro, è stato certificato dall’ordinanza del Tribunale Civile di Roma del luglio 2008 che in una causa ha dichiarato contumace il partito che, a differenza dell’associazione privata, non si era costituito in giudizio. Questo vuol dire che fino al 2008 a percepire i lauti rimborsi elettorali, 24 milioni di euro, è stato un soggetto diverso dall’unico legittimato a riceverli, il partito IdV. La legge è chiara e parla di partiti, non di associazioni private. Purtroppo la Camera si accontenta di mere autodichiarazioni e i controlli latitano. C’è anche un altro aspetto da sottolineare: Silvana Mura nell’agosto del 2004 è stata nominata (in parte da sè stessa) rappresentante legale dell’associazione “familiare” e come tale ha firmato i rendiconti presentati a Montecitorio. A farlo però doveva essere il rappresentante legale del partito IdV e non dell’associazione. Silvana Mura non è mai stata formalmente nominata rappresentante legale del partito. Non esiste, a quanto se ne sa, un atto interno dell’IdV che deliberi in questo senso. Il rappresentante legale del partito è sempre stato Di Pietro, tanto è vero che a depositare le liste dei candidati al Ministero dell’Interno era abitualmente l’ex eroe di Mani Pulite e non la Mura. Questo è avvenuto fino al 2007, quando dopo la citazione in giudizio de Il Cantiere di Veltri e Occhetto, sono corsi ai ripari e a depositare le liste è stata la Mura. Ma quanto accaduto fino al 2007 era corretto o no?

MC: Quindi si può dire che l’Italia dei (Dis)Valori sta a Forza Italia come Di Pietro sta a Berlusconi?

G: Direi piuttosto che Di Pietro sta all’Italia dei Valori come Berlusconi sta a Forza Italia che comunque non esiste più. Non è un caso che tra le tante analogie ci sia anche quest’ultima: Berlusconi ha cambiato il suo partito e ora, guarda caso, anche Di Pietro si accinge a farlo. Tra i due c’è un legame la cui profondità è direttamente proporzionale all’apparente inconciliabilità. Sono entrati in politica nello stesso periodo e mossi dagli stessi motivi, di natura spiccatamente personale. Il primo per evitare noie giudiziarie e salvare le sue aziende da un possibile fallimento, il secondo per evitare di incorrere in sanzioni disciplinari dovute ai prestiti Gorrini e D’Adamo. Entrambi hanno due sole passioni, la giustizia e l’informazione e anche se le direzioni sono opposte, la loro politica si riduce ad interventi che riguardano praticamente solo questi due ambiti. Una vera e propria fissazione. Entrambi governano il partito in modo dittatoriale, e oltre che leader ne sono i proprietari. La loro cifra è il populismo, l’insofferenza verso il parlamento, i partiti, la politica come mediazione. Nessuno come loro ha attaccato e detesta la presidenza della repubblica, perchè è un’istituzione autorevole il cui titolare ha il gravissimo difetto di non essere eletto direttamente dal popolo. Loro gli unti dal signore disprezzano tutti i leader che non lo sono. Un pò come Bossi. Entrambi iperliberisti, dopo la crisi economica con un gesto di scaltro trasformismo, si sono di colpo convertiti all’economia sociale di mercato, ciò che fino a pochi mesi prima avevano criticato. Il primo per tranquillizzare la gente, il secondo per sgraffignare qualche voto a sinistra. Entrambi tengono insieme la natura contradditoria dei loro partiti grazie al carisma della loro personalità, partiti che sono insieme d’ordine ed eversivi, rivoluzionari e conservatori, un pò come il mussolinismo. Di Pietro in particolare pretende di tenere insieme tutto e il contrario di tutto: i girotondini e i sanfedisti, i papisti e gli antipapisti, gli ex dc e gli ex potop, i giacobini e i controrivoluzionari, il partito-movimento e il partito istituzione, insomma come Di Pietro stesso ha esemplarmente riassunto, “mobilitare le piazze ma dall’interno delle istituzioni”. Il partito ossimorico per eccellenza.

MC: Al riguardo del “Piduismo”, possiamo partire dal fatto che da una parte Di Pietro (e de Magistris) accusa di piduismo l’attuale maggioranza di governo, ma che dall’altra Berlusconi condivide con Di Pietro la riesumazione di ex P2?

AG: La riesumazione di ex P2 da parte di Di Pietro, per quanto ne so io, riguarda solo il caso Filippo De Jorio che racconto nel mio libro e la candidatura di un certo Aleffi. In generale sono portato a non prendere in considerazione certe leggende metropolitane che circolano insistentemente su Di Pietro relativamente ai suoi presunti contatti con servizi segreti o logge massoniche deviate. Mi limito a basarmi su documenti pubblici e atti politici. Mi pare che ce ne sia abbastanza per giudicare Antonio Di Pietro.

MC: Pertanto, si può dire che alla luce di tutte queste incongruenze e incoerenze, Di Pietro dei valori faccia una sorta di marketing, come se si andasse al supermercato per comprarli ed utilizzarli quando è più opportuno?

AG: Di Pietro sicuramente risente di un aspetto fondamentale della attuale crisi delegittimante della politica caratterizzata da una palese asimmetria tra enunciazioni e realizzazioni, tra petizioni di principio e pratiche concrete. Il fenomeno riguarda tutti i partiti e soprattutto i singoli uomini politici, e in misura maggiore i leader. Le cause sono varie. Il dominio mediatico della Tv, che accentua una tendenza alla declamazione e alla ricerca di un’efficacia meramente d’immagine. Fino a quando è stato in vigore ha agito in questa direzione anche il sistema maggioritario e uninominale che ha costretto i politici, anche in sede locale a competere in modo spietato, favorendo così soluzioni retoriche ad effetto e di facile presa sulla gente. Quello che lei chiama marketing politico dipende anche dalla diversa forma-partito che è prevalsa in questi anni, con la subordinazione dei quadri e dei militanti agli eletti, la cui principale preoccupazione è quella di essere visibili, di vendere sè stessi come prodotti e merci da consumare esattamente come le altre. Credo poi che in generale la cosiddetta crisi delle ideologie, (in realtà come tale si sottintende solo la crisi del marxismo) abbia favorito evidenti fenomeni di trasformismo, di eclettismo e di composizione meramente combinatoria di ciò che resta dei grandi sistemi di pensiero del novecento. Di Pietro partecipa naturalmente di tutti questi fenomeni e non vedo come potrebbe essere diversamente. Quello che colpisce in lui è un più marcato dislivello tra certe millantate virtù taumaturgiche, etico-politiche, e la realtà concreta del suo fare politica. E’ questo divario che ha scioccato tantissimi militanti fuggiti a gambe levate dal “gulag” dipietresco.

MC: Spesso, negli ambienti dipietristi, ma non solo, si dice che è normale che all’interno di ogni partito, quindi anche dell’Italia dei (Dis)Valori, ci siano delle persone poco raccomandabili. Questo aspetto può, a Suo avviso, giustificare quello che accade all’interno di questo partito e dichiararlo il “meno peggio”?

AG: E’ verissimo che in ogni partito ci sono persone poco raccomandabili ed è anche vero che Di Pietro sta cercando di fare uno sforzo (ancora insufficiente) per liberarsene, ma nell’averle tollerate anche a lungo, Di Pietro ha mostrato una preoccupante propensione all’opportunismo e alla doppiezza morale che costituisce un pericoloso e rivelatore precedente.

MC: Chi è il “meno peggio” nel panorama italiano e qual’è il futuro di Di Pietro e dell’Italia dei (Dis)Valori?

AG: Io non credo che Di Pietro abbia un grande futuro politico, ma l’aspetto rilevante di questa fase politica è la crisi di Berlusconi e su questa dobbiamo concentrarci. Io sono certo che “simul stabunt, simul cadent” e che scomparso il cavaliere anche Di Pietro abbandonerà la scena politica, non senza essere prima passato con il centrodestra. Lo farà in modo contorto, farraginoso, misterioso, contraddittorio, ma lo farà. Cercando un pretesto qualsiasi, inventandosi un torto subito dai suoi alleati di centrosinistra, uno sgarbo inflittogli, che sò, nella giunta regionale pugliese, qualcosa a cui appigliarsi strumentalmente. La natura di Di Pietro è questa: è un uomo di destra, dotato di un prodigioso mimetismo e disponibile a qualsiasi avventura morale e politica pur di affermare sè stesso. Per lui non esistono legami e tradizioni da salvaguardare, è un uomo “nuovo” e di questo irresponsabile, dilettantesco e bugiardo “nuovismo”, egli è uno dei principali protagonisti.

(fonte: qui)

I commenti sono chiusi.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.